Pirati del Cariddi

Agli inizi del ‘500, Visconte Cicala, di antica famiglia patrizia genovese, si trasferiva a Messina e sposava Lucrezia, turca islamica della Dalmazia, dopo averla acquistata come schiava ed essersene poi innamorato. Navigatore e pirata, Visconte Cicala partecipò al Sacco di Tunisi assieme al suo parente Andrea Doria e per conto dell’Imperatore Carlo V.

Il suo secondogenito fu Scipione, cresciuto nella casa dei Cicala, “sulla riva del Faro, bianca, ariosa, circondata da giardini profumati”.

Durante un viaggio per mare, Scipione e il padre furono assaliti dal pirata Dragut e condotti schiavi a Istanbul. Entrato nelle “grazie” del Sultano e convertitosi all’Islam, Scipione entrò nel corpo dei Giannizzeri (la guardia del Sultano, composta solo da cristiani rinnegati) e ne divenne Pashà (ufficiale), cambiando il suo nome in Sinan Cicala-Zade e cioè “il Genovese figlio di Cicala”.

 

Dopo aver sposato una discendente di Solimano il Magnifico, fu nominato ammiraglio generale della flotta ottomana, titolo che fu un tempo di Khayr el Din il Barbarossa.

Divenuto un nemico della cristianità (ma anche un abile doppiogiochista a favore dell’Occidente), nel 1594 Sinan Pashà giunse di fronte a Messina e pretese di rivedere la madre.

Al rifiuto della città, l’ammiraglio mise a ferro e fuoco Reggio e bloccò lo Stretto, ma senza ottenere l’incontro. Per evitare il massacro dei suoi antichi concittadini, che nel frattempo avevano schierato migliaia di difensori, Sinan Pashà decise infine di levare l’assedio e tornare a Istanbul.

Quattro anni dopo, asceso ai fasti di Gran Visir dell’impero ottomano, tornò a Messina e ripete la richiesta, che stavolta fu accolta. Mentre tutti i cannoni della flotta schierata sparavano a salve per la gioia del comandante, Sinan Pashà riabbracciò la madre e gli altri parenti, sommergendoli di doni.

Scipione Cicala sarebbe morto nel 1606 presso il palazzo del figlio Mahmud, sotto il Sultano Ahmed I (lo stesso, tra l’altro, che aveva promosso sul territorio messinese la celebre caccia al tesoro di Monte Scuderi).

La sua storia straordinaria è ricordata da libri, saggi, romanzi, ballate popolari calabresi e da una canzone di F. De Andrè, Sinan Capudan Pascià.


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Mauro Longo
Mauro Longo
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