Le ultime lettere di Jacopo Mortis – 9

Questo racconto partecipa all’iniziativa “Risorgimento di Tenebra” promossa dal gruppo Moon Base, la pagina facebook degli amanti della fantascienza e del fantastico.

Ecco l’elenco dei paragrafi usciti finora.

9

In quel giardino di ossa sbiancate, arditamente combattemmo per la nostra vita contro i tre mostri che ci avevano assaltato. Adesso che gli abominevoli ossessi non ostentavano più l’inganno di una finta umanità, ci accorgevamo che essi erano come leoni o iene a due zampe, dotati di una livrea che imitava le fattezze e le vesti delle donne ma che solo serviva a ingannare le proprie prede, ovverosia gli uomini comuni come noi.

E se ora ben più chiaramente le loro mosse e le zanne e gli artigli ci apparivano quelle di bestie feraci, molto ci sconcertava che tali creature inumane assumessero postura in parte eretta e in parte belluina e che i tratti loro del volto e delle membra avessero potuto sembrare a loro piacimento così compiutamente umani.

I tre mostri ci assalivano a grandi balzi e i primi tre compagni su cui si gettarono perdettero la vita d’insieme in un unico terrifico istante, senza potersi punto difendere.

La dama rossa aveva infatti immerso il grugno nella gola di uno di loro e ne aveva cavato di colpo una massa sanguinolenta, strappando la vita al povero compagno a grandi fiotti.

La dama nera, che era forse la più grande delle tre e la più forte, si era lanciata invece su un altro e gli era montata sulle spalle, mangiandogli la testa come fosse un uovo sodo, d’un unico morso.

La dama bianca era stata invece la più ritrosa e veloce. Si era dunque acquattata sotto al più lontano di noi e ne aveva squarciato il ventre a zampate e morsi, facendone poi strazio tra le orribili urla.

Tutti noi altri dell’Accademia, benché sconcertati e terrificati oltre ogni dire, non esitammo altrimenti e scaricammo tutte le armi nostre su quei mostri, ciascuno sparando a quello di essi che aveva più vicino.

Non saprei farvi dettagliato resoconto degli istanti di lotta successivi, sia per la lontananza degli eventi che per l’estrema loro concitazione, che mi lasciò troppo stupefatto per permettere l’imprimersi accurato del ricordo. Rammento tuttavia che alla mia sinistra, il Principe e un nutrito drappello dei miei compagni lottavano tutti insieme contro la dama rossa, sparandole a ripetizione e tenendola a bada con i coltelli, ma essa uno dopo l’altro li trascinava via dalla formazione e ne smembrava gli arti in poche mosse. I colpi delle bocche da fuoco e degli altri ferri parevano fermarsi ai primi strati di quella sua spessa pellaccia e non penetravano in profondità. Fu dopo la terza vittima di tale scempio, che Ignazio riuscì a incendiare il mostro con il suo fuoco greco, e infine quella pira urlante venne abbattuta dai colpi del gran moschetto del Moncada, che caricava proiettili alettati ed appuntiti.

Meno uomini erano quelli che attorniavano la dama nera e, tra essi, Candeloro. Il buon mastro si batteva come un gigante, colpendo con il suo ferro il dorso della creatura, mentre essa si avventava sui compagni. Infine il mostro atro si volse a chi gli cagionava quel fastidio e si scagliò di getto contro di lui, abbattendolo e gettandolo al suolo. Quelli che accorsero dissero poi che Candeloro era riuscito alfine ad affondare il pugnale nel ventre della bestia e a lacerarlo, facendone fuoriuscire le interiora. Nessuno tuttavia potè salvarlo e quando gli altri abbatterono i propri coltellacci sulla creatura, infine spiccandone la testa, il prode e possente Candeloro era ormai perduto assieme ad altri quattro.

La dama bianca si aggirava invece a quattro zampe per il giardino, a colpire alle spalle o ai fianchi i più ritirati e timorosi, agendo di sotterfugio e infamia piuttosto che per scontro diretto. Su di essa concentrai la mia pistola a vento svuotandone addosso due dei miei astucci mentre le correvo dietro in mezzo al tafferuglio. Infine, più irritato da tanto accanimento che dall’efficacia delle mie palle, il mostro a me si volse e più non si ritrasse, con il volto umano che ad ogni verso trasfigurava in quello di un gran felino, mostrando una chiostra di zanne acuminate. Furibonda, la creatura mi corse attorno cercando un varco nella mia difesa, mentre io cercavo di tenerla lontana con null’altro presidio che i miei calci. Venne a me come fiera atroce e mi balzò addosso, schiudendo le gran fauci.

Non so allora che benedetta ispirazione mi condusse, ché invece di schivar quei denti, tutta infilai la mano e a mezzo il braccio in quella gola. Non fu follia, ma utile accorgimento: con il pugno infisso in fondo a quell’atro cavo la belva non riuscì a mordere, ma fu sorpresa dal fastidio e dal rigurgito e fu distratta dal dilaniare, rimanendo con la mandibola spalancata. Le dita mie trovarono qualcosa di molle e turgido in fondo a quella bocca e, preso dal terrore, afferrai, strinsi e strappai via quel tale organo dalla sua sede naturale. Fu la vittoria! Sangue scuro misto a coagulo prese ad uscire da tale orrido speco e mentre io gettavo via quell’escrescenza, la dama bianca rantolò per terra e infine si annegò del proprio livore.

Attoniti e disperati per cotanto imprevisto orrore, ci ritrovammo alfine soli nel giardino, a contare il numero dei nostri caduti e a rimuginar spauriti di che cosa fossero quelle inaudite fiere.

Quando infine ci levammo e ritirammo il fiato e fummo pronti a proseguir l’impresa, ci sovvenne che l’unica via che ci conduceva avanti passava per l’edificio al centro di quegli orti. Era esso, come già dissi, una struttura di foggia cubica che sosteneva una cupola dorata, con ai lati due varchi per l’interno.

Sul fronte essa aveva un’iscrizione che mi apparve misteriosa, incisa nella pietra di quei duri conci e iscritta in un cartiglio basso e lungo. Diceva:

Visita . Interiora . Terrae . Rectificando . Invenies . Occultum . Lapidem .

A cosa essa alludesse, lo avremmo scoperto di lì a poco.


Continua…
Mauro Longo
Mauro Longo
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