Un riepilogo dell’incontro del club di lettura Solarpunk Italia dedicato al romanzo visionario dello scrittore svedese Sam J Lundwall, tra intuizioni profetiche, humour nero e una tecnica narrativa che fonde articoli di giornale e finzione
[Lundwall compose anche una colonna sonora di questo romanzo, e la potete ascoltare mentre leggete l’articolo – o il libro – a questo link YouTube]
La Svezia come non l’abbiamo mai immaginata
Nella serata del 9 febbraio dedicata al ciclo sulla fantascienza europea, il club di lettura ha preso in esame un’opera particolare: King Kong Blues di Sam J. Lundwall, nella traduzione italiana di Roberta Rambelli apparsa sulla rivista Galassia mentre la contemporanea Urania era sotto la direzione di Fruttero & Lucentini. L’atmosfera della discussione ha oscillato tra lo stupore per le intuizioni socio-politiche dell’autore e la consapevolezza di trovarsi di fronte a un testo ibrido, frutto di una tecnica compositiva sperimentale.
Sam J. Lundwall, figura cardine della fantascienza svedese del secondo dopoguerra, immagina un 2018 (il sottotitolo originale del suo romanzo, e con cui uscì negli USA) radicalmente diverso da quello che abbiamo vissuto. La sua Svezia distopica rappresenta un rovesciamento intenzionale dello stereotipo scandinavo di welfare avanzato e vivibilità. Nel romanzo, la popolazione svedese raggiunge i 22 milioni di abitanti, Stoccolma diventa una metropoli da 7 milioni con veri e propri slum, e l’età media si attesta sui 41,7 anni. Dati demografici che divergono completamente dalla realtà ma che servono a costruire un’immagine volutamente caricaturale e allarmante.
La società privatizzata e surreale
L’analisi collettiva ha evidenziato come Lundwall costruisca una critica sistemica attraverso dettagli istituzionali apparentemente burocratici ma profondamente simbolici. Le scuole elementari sono completamente privatizzate, anticipando tendenze contemporanee ma portandole all’estremo. Il controllo sociale diventa pervasivo attraverso meccanismi istituzionali: l’iscrizione al sindacato comporta automaticamente l’iscrizione al partito dominante, annullando ogni distinzione tra rappresentanza del lavoro e potere politico.
Particolarmente significativa è stata la discussione sulla regola elettorale immaginata da Lundwall: per entrare in Parlamento, un partito deve ottenere almeno il 18% dei voti in tre elezioni successive. Una norma che cristallizza il potere nelle mani di pochi, rendendo virtualmente impossibile l’emergere di nuove formazioni politiche, tutto a vantaggio della “stabilità”. I partecipanti hanno notato come questa invenzione narrativa, seppur estrema, rifletta preoccupazioni attuali sulla rappresentatività e prassi democratica.
Dalle “sette sorelle” allo sceicco onnipotente
La progressione della concentrazione economica nel romanzo segue una logica di escalation che i lettori hanno definito “profeticamente esagerata”. Lundwall descrive prima una fase di conglomerati industriali verticali simili alle “sette sorelle” petrolifere, per poi immaginare un ulteriore passaggio: il potere economico globale che finisce nelle mani di un unico sceicco, proprietario di quasi tutte le attività produttive.
Questa svolta narrativa, pur nella sua iperbole, ha stimolato un confronto sui recenti sviluppi del capitalismo globale. Diversi partecipanti hanno notato parallelismi con l’ascesa dei fondi sovrani e la crescente influenza di capitali legati a stati ricchi di risorse. La distopia di Lundwall sembra anticipare, in forma caricaturale, dinamiche di concentrazione insensata della ricchezza che caratterizzano il nostro presente.
Risorse scarse e spettacolarizzazione della violenza
Un aspetto che ha generato vivace dibattito è stato il trattamento delle risorse nel romanzo. Lundwall descrive una società afflitta da scarsità d’acqua, ma contemporaneamente introduce contraddizioni narrative significative: il petrolio sarebbe “esaurito”, eppure il potere dello sceicco si basa proprio sul controllo petrolifero. Queste incoerenze, secondo alcuni lettori, non sono semplici errori, ma riflettono la complessità e a volte l’irrazionalità delle crisi delle risorse reali.
Più inquietante è la spettacolarizzazione della violenza immaginata da Lundwall: reality show in cui i partecipanti muoiono realmente, film in cui gli attori perdono veramente la vita durante le riprese. I lettori hanno notato come questa intuizione anticipi di decenni le discussioni contemporanee sull’etica dell’intrattenimento e sui limiti della spettacolarizzazione. Particolarmente memorabile è risultata la figura delle bande di pensionati dedite a rapine, immagine grottesca che unisce critica sociale e humour nero.
Un collage tra infodump e worldbuilding
La discussione tecnica sul romanzo ha rivelato una struttura atipica che molti partecipanti hanno definito “a collage”. Lundwall alterna sequenze narrative tradizionali (la ricerca della ragazza diventata testimonial di un deodorante) a capitoli tematici che esplorano aspetti socio-economici e tecnologici della sua distopia.
Questa scelta strutturale ha diviso i partecipanti al gruppo. Alcuni hanno apprezzato la ricchezza del worldbuilding e la profondità dell’analisi sociale; altri hanno percepito molti di questi capitoli come infodump, pagine di esplicitazione del mondo narrativo inserite per allungare il testo. Nella postfazione citata da alcuni partecipanti si spiega poi anche che molti capitoli deriverebbero da articoli giornalistici realmente pubblicati, rielaborati e inseriti nella narrazione.
Personaggi schematici e umorismo distopico
I personaggi di King Kong Blues sono stati giudicati volutamente schematici, più rappresentazioni di idee che individui psicologicamente approfonditi. Leonard Kockenbergh jr, il pubblicitario dalle idee estreme (con proposte provocatorie su Hiroshima), incarna la logica spietata del marketing e della comunicazione manipolatoria. Anniki, “prima nata del nuovo millennio” la cui biografia viene smarrita negli archivi dopo attacchi informatici, parla della perdita di identità, anticipando preoccupazioni dell’età digitale.
Nonostante questa schematicità, i lettori hanno apprezzato il tono generale del romanzo, caratterizzato da un forte humour nero, sarcasmo e grottesco. Questo approccio è stato considerato un elemento raro e prezioso nella fantascienza distopica, spesso inclinata verso toni più cupi e seriosi. L’umorismo di Lundwall funziona come dispositivo critico, permettendo di affrontare temi oscuri senza cadere nel puro pessimismo.
Scienza e profezia
La discussione ha toccato anche gli aspetti più deboli del romanzo sotto il profilo della plausibilità scientifica. Alcuni dettagli astronomici, come una sonda che atterra su Giove (pianeta gassoso dove un atterraggio è tecnicamente impossibile), rivelano i limiti della conoscenza scientifica dell’epoca. Più interessante è stata l’analisi delle assenze: Lundwall, scrivendo negli anni ’70, non poteva immaginare i social network, eppure molte delle sue intuizioni restano sorprendentemente attuali nella descrizione di una società dominata dallo spettacolo, dalla sorveglianza e dalla concentrazione economica.
Riferimenti culturali e omaggi letterari
L’incontro ha evidenziato la ricchezza dei riferimenti culturali nel testo. Lundwall cita e omaggia figure reali come l’architetta Vigo e lo scrittore sperimentale tedesco Arno Schmidt, quest’ultimo probabilmente oggetto di parodia oltre che di tributo. Questi rimandi suggeriscono un autore profondamente immerso nella cultura del suo tempo, che attinge a piene mani dal dibattito artistico e letterario a lui contemporaneo.
Il confronto con opere distopiche più recenti, come Ministero della Felicità di G. Rambelli, ha evidenziato le peculiarità dell’approccio di Lundwall: più crudo, globale nella prospettiva e caratterizzato da un’estetica “colorata/psichedelica” tipica degli anni ’70, in contrasto con le visioni spesso più fredde e asettiche della fantascienza che siamo abituati a vedere.
Prossimi appuntamenti
King Kong Blues si conferma così un’opera liminale, scomoda e affascinante: forse non un capolavoro assoluto, ma un surreale distopico di notevole valore critico, che merita di essere riscoperto e analizzato nel contesto della fantascienza sociale europea. La sua forza risiede proprio nella capacità di unire intuizioni profetiche, humour dissacrante e una tecnica narrativa sperimentale che riflette la complessità del mondo che cerca di descrivere – e, in qualche modo, di prevedere.
Il club proseguirà il 2 marzo con la discussione su “Macchine per spremere i cuori” della scrittrice spagnola Maria-Antònia Martí Escayol, di lingua catalana; il racconto è di solo 25 pagine circa, ed è stato pubblicato nella collana Atlantis (Delos Digital)



